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Alessandro Chiodo

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    L'evoluzione della pittura del giovane artista Alessandro Chiodo

     

    Dottoressa Iana Prin Abelle

     

    Da una ricerca insistita dell'anatomia umana egli torna con la prima esperienza quasi a ritrarsi da

    quei corpi, spesso senza testa, come fossero stati creati solo a fini estetici puri; quelle forme sono

    adoniche, quei muscoli perfetti.

     

    Successivamente la testa, tuttuno col corpo, già rivelerà una mobilità espressiva riflessa non tanto

    nel volto, che ne riporta i segni caratteristici, quanto nella capigliatura animata da una vita quasi

    esclusivamente sua.

     

    Quei movimenti, quell'ondeggiare della stessa rivelano e testimoniano un'energia in continuo fluire,

    la costanza di uno scorrere eterno, senza principio e senza fine.

     

    Già vogliono esprimere l'inesprimibile.

     

    È questa la seconda tappa di un percorso obbligato, per chi sa distinguerlo, verso una conquista.

    Cosa non dovrebbe essere l'arte se non anche il possesso del bello e del buono? Per Alessandro

    Chiodo lo è soprattutto della verità.

     

    Una verità che tutti debbono conoscere; che, per tutti, deve emergere, con l'arte, dall'inconscio, dal

    subconscio, affiorando, forse talvolta faticosamente, alla coscienza e quindi nel possesso della

    mente.

     

    È l'arte ascesa di una vetta vergine, mai tentata prima, per una via che in effetti poi si rivelerà, nella

    sua originalità, la più logica.

     

    Arriviamo così alla mostra del 25/1/2001, al teatro Civico di La Spezia, con sette quadri che si

    potrebbero definire a buon diritto, Psicanalitici.

     

    La testa sembra voler essersi liberata dal corpo come da un supporto pressoché inutile e vaga in

    un'atmosfera di rose rosse sanguigne come un seme nel liquido amniotico che lo protegge; e questa

    navigazione non è serena.

     

    L'espressione dei volti, uno, talvolta due, recano, nel migliore dei casi, i segni dell'amarezza.

     

    Le pieghe della pelle, la pupilla persa o senza oggetto cui mirare, la bocca in smorfia, una

    sofferenza confusa al desiderio del nulla, a concupire un sogno che non basta il grembo della madre

    a difendere.

     

    È un sogno che potrebbe essere dimenticanza forse di quel corpo di cui si è avvertita l'inutilità, che

    potrebbe supplire quel senso di eterno che la capigliatura del secondo Alessandro Chiodo ci ha

    rivelato.

     

    E qui si può ben dire che quell'atto, un po' aggressivo dell'artista, sembri cadere in una angosciosa

    coscienza dell'imperscrutabile cui si è andati incontro con tanta audacia perché è questa l'ultima

    virtù del genere umano.

     

    L'Uomo chiude il suo ciclo vitale; si apre dall'inizio.

     

    Si ritorna a ciò ch'è principio prima della forma con cui il divino impressionò la terra e quella

    scintilla bastò a rendere un'umanità infelice nella cosciente impotenza di sé pur nella prometeica

     

     

    tentazione della libertà.

     

    Testo tratto dal volume: “31 giudizi di Iana Prin-Abelle su artisti contemporanei” Edizioni

    Fabbiani, data di pubblicazione 2006

     

     

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